Paragonare ENA: Dream BBQ al cinema di Federico Fellini suona inizialmente come un azzardo eppure più si osserva il gioco meno sembra assurdo come paragone.
Ma la domanda rimane: questo tipo di esperienza, così liquida e simbolica, funziona davvero in un videogioco? O rischia di diventare solo un caos estetico travestito da arte?
Una parentela onirica (ma disturbata)
Fellini ha sempre usato il cinema come specchio deformante dell’interiorità: spiagge, circhi e sogni d’infanzia si mescolavano senza pudore. Allo stesso modo, Dream BBQ rifiuta la coerenza, costruendo ambientazioni surreali, popolate da personaggi che sembrano usciti da un sogno febbrile, o da una cartella dimenticata di file .obj corrotti.
La protagonista ENA si deforma, cambia voce, esprime emozioni non filtrate — è una maschera felliniana in CGI, persa in un mondo che riflette più il subconscio che la realtà.
Eppure, mi sono chiesto: dove finisce l’atmosfera e dove inizia il disinteresse? C’è un punto in cui l’assenza di guida smette di essere liberazione e diventa solo confusione? Mentre vagavo tra ambienti digitali inquietanti e personaggi che parlano in idiomi inventati, il confine tra arte e nonsense si è fatto sottile. Un po’ come accade con alcuni film di Fellini, quando ti chiedi se stai assistendo a una visione potente o a un capriccio registico.
NPC, linguaggio e logica emotiva
Come Fellini, che popolava i suoi film di figure grottesche e poetiche, Dream BBQ riempie i suoi spazi di NPC enigmatici. Alcuni parlano lingue comprensibili, altri emettono versi alieni che sembrano partoriti da un generatore di sogni disturbati.
Eppure, inspiegabilmente, tutto suona giusto. Il senso non è nei contenuti ma nell’atmosfera, nei suoni, nei gesti. È un’esperienza linguistica non verbale, dove ogni dialogo diventa una performance emotiva più che informativa. Come nei sogni, non capisci tutto — eppure sai cosa sta succedendo.
Esperienza e disorientamento
Giocare a Dream BBQ è come entrare in una festa in maschera senza sapere chi ti ha invitato. Nessun tutorial, nessun obiettivo chiaro. Solo una progressione dettata dalla tua curiosità o dalla tua capacità di sopportare l’ignoto. È qui che ho sentito il peso della scelta artistica: la libertà totale è affascinante, ma anche faticosa. Dopo un’ora a esplorare stanze che sembravano generate da un designer sotto sostanze, ho dovuto chiedermi: sto giocando, o sto solo subendo?
Ed è proprio qui, forse, che l’anima felliniana si rivela più chiaramente: non nel “cosa fai”, ma in come ti senti mentre lo fai. Il gioco non vuole che tu capisca, vuole che tu accetti. Che ti perda. E se riesci a farlo, ti regala momenti di bellezza assurda, scomoda, ma sincera.
Conclusione
ENA: Dream BBQ non è un gioco da capire. È un sogno che devi attraversare, a rischio di perderti o di uscirne con addosso un’emozione che non sai spiegare. Come il cinema di Fellini, ti chiede di smettere di cercare risposte e cominciare a sentire.
Il paragone non è perfetto — Fellini usava attori, qui ci sono modelli 3D scomposti; Fellini aveva una regia, qui sembra più un flusso libero di inconscio programmato — ma lo spirito è stranamente simile.
Se Fellini fosse vivo, forse direbbe che Dream BBQ è un circo digitale che non ha bisogno di spettatori compiacenti, ma di sognatori disposti a lasciarsi smarrire.
E poi tornerebbe a fumare, senza dire se gli è piaciuto.
Voto? Nessuno. Perché dare un voto a un sogno?
Ma tra noi: se ti piacciono le esperienze strane, è un 8. Se ti piace capire tutto, lascia perdere.


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