Fin dalle sue prime battute, Mouthwashing stabilisce il suo obiettivo: non solo raccontare una storia, ma mettere a disagio profondamente chi gioca. La frase iniziale, “I hope this hurts” (“Spero che questo faccia male”), è un manifesto di intenti che prepara l’utente a un viaggio psicologico intenso, in cui il disagio diventa uno strumento narrativo. Attraverso temi come il rimorso, la responsabilità collettiva e una sottile ma inquietante critica al capitalismo, Mouthwashing si propone di far riflettere sulle conseguenze morali delle proprie azioni e sul peso delle dinamiche di potere in un sistema disumanizzante.
Il senso di colpa come esperienza personale e collettiva
In Mouthwashing, il senso di colpa diventa un meccanismo per generare disagio, spingendo chi gioca a confrontarsi con i rimorsi dei membri dell’equipaggio della nave Tulpar, intrappolati in scelte passate. Il capitano, ferito e incapace di difendersi, è accusato di aver causato lo schianto, ma il suo silenzio alimenta un’inquietante incertezza morale e una complicità percepita. La Tulpar, con i suoi corridoi claustrofobici e l’atmosfera opprimente, opera come un processo morale continuo, rivelando errori passati e mettendo sotto accusa costantemente personaggi e giocatore. Le decisioni da prendere, prive di risposte definitive, riflettono l’intento del gioco di coinvolgere emotivamente il giocatore, lasciandolo con un senso di insoddisfazione e rimorso.

La critica al capitalismo: un inquietante corporate horror
Oltre al senso di colpa, Mouthwashing utilizza la sua ambientazione e le tensioni tra i personaggi per suggerire una sottile ma incisiva critica al capitalismo, inscrivendosi nel filone del “corporate horror”. La nave Tulpar, con la sua gerarchia rigida, funge da microcosmo di un sistema capitalistico: il capitano rappresenta l’élite dirigente, mentre l’equipaggio, intrappolato in condizioni precarie, incarna una forza lavoro alienata e impotente. La missione stessa, sebbene avvolta nel mistero, sembra guidata da pressioni economiche o commerciali, facendo dell’incidente una metafora del sacrificio umano imposto dal perseguimento del profitto a ogni costo. Questa dinamica si riflette nell’isolamento fisico e psicologico dei personaggi, che vivono una forma di alienazione tipica del capitalismo: la competizione e le tensioni individuali frammentano le relazioni umane, costringendoli a sopravvivere a scapito degli altri. In questo contesto, Mouthwashing dipinge un ritratto oscuro e claustrofobico di come il lavoro e la pressione sistemica possano disumanizzare, amplificando il senso di disagio che permea l’intera esperienza.

Un’esperienza volutamente dolorosa
La frase “I hope this hurts” invade ogni aspetto di Mouthwashing. Il gioco non si limita a raccontare una storia, ma cerca di coinvolgere chi gioca nel tormento emotivo dei suoi personaggi. Attraverso scelte morali ambigue, un’ambientazione opprimente e un costante confronto con il senso di colpa, il gioco obbliga il giocatore a vivere un’esperienza che non si può semplicemente “completare”. Ogni decisione lascia cicatrici, ogni frammento di storia spinge a domandarsi se si poteva fare di meglio.
Mouthwashing non è un gioco per chi cerca una fuga dalla realtà, ma per chi è disposto ad affrontarla. Attraverso il senso di colpa e una critica sottile ma efficace al capitalismo, il gioco trasforma il disagio in un’esperienza narrativa unica. La frase iniziale, “I hope this hurts”, non è solo un’introduzione, ma un avvertimento: Mouthwashing non vuole che il giocatore si senta a proprio agio, ma che affronti le implicazioni morali di un sistema disfunzionale, sia nel microcosmo della nave Tulpar che nella società reale.
Con una narrazione inquietante e un gameplay psicologicamente coinvolgente, Mouthwashing riesce nel suo intento: non solo intrattenere, ma lasciare un segno. Un segno che fa male.


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